Serpenti, chi è il mostro?
«Ho ucciso mia moglie». Serpenti comincia da una frase che non lascia spazio a interpretazioni. Paolo Marra è un assassino, sua moglie è morta e lui è lì per pagare. Eppure, nel film di Roberto De Paolis, scritto insieme a Fabio e Damiano D’Innocenzo, niente va come dovrebbe: Paolo vuole costituirsi, ma sembra non trovare nessuno disposto davvero ad ascoltarlo.
Da qui prende forma una black comedy che sceglie una posizione rischiosa: usare il grottesco per parlare di femminicidio. Leonardo Lidi è al centro di questo cortocircuito. Perché il suo Paolo non assomiglia affatto al mostro che ci aspetteremmo di vedere. È malinconico, fragile, a tratti fa persino tenerezza. Sappiamo cosa ha fatto eppure non riusciamo a odiarlo immediatamente. Ed è proprio questo a mettere in difficoltà lo spettatore: un mostro riconoscibile è anche un mostro rassicurante, qualcuno da cui possiamo prendere le distanze pensando semplicemente «io non sono così». Paolo, invece, quella distanza la accorcia.
Intorno a Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino danno vita a personaggi che sembrano ascoltarlo senza sentire mai davvero quello che sta dicendo. C’è chi cerca spiegazioni, chi pensa ad altro, chi prova persino a risalire all’adolescenza per trovare l’origine del gesto. Ma più gli altri cercano una chiave per decifrare Paolo, più il punto sembra sfuggire: sua moglie è morta e lui l’ha uccisa. Non tutto ha bisogno di diventare una storia capace di renderci il colpevole più comprensibile.
E mentre Paolo continua a ripeterlo, succede qualcosa di ancora più strano: la sua confessione comincia a dire molto anche di chi gli sta intorno. Di uomini che reagiscono in modi diversi alla violenza contro una donna, di persone capaci di perdersi nei propri problemi mentre davanti hanno qualcuno che confessa un omicidio, di un meccanismo che riesce a rendere quasi ordinario persino l’inaccettabile. Fino al paradosso più nero: per alcuni momenti è proprio l’assassino a sembrare quello che prende più sul serio ciò che ha fatto.
È qui che il grottesco di De Paolis funziona meglio. Si ride, ma spesso un secondo dopo ci si domanda se fosse davvero il caso di farlo. E la domanda su chi sia sotto processo smette presto di riguardare soltanto Paolo. Serpenti finisce inevitabilmente per tirare dentro anche chi lo circonda e chi lo guarda.
Durante l’incontro con il cast è emersa un’ipotesi che, in fondo, contiene tutto il film: se Paolo fosse entrato in commissariato dicendo di aver ucciso suo fratello, Serpenti sarebbe stato un’altra storia. Perché il punto non è soltanto che un uomo abbia ucciso. È che abbia ucciso una donna, sua moglie, e che intorno a quella morte possano ancora nascere spiegazioni, distrazioni e minimizzazioni. Forse, allora, la domanda non è dove si nasconda il mostro. Ma perché abbiamo così bisogno che abbia una faccia diversa dalla nostra.
Presentato nella sezione Spotlight dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia, Serpenti arriva nelle sale il 10 settembre, distribuito da Be Water Film.
– testo di Margherita Bordino






