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Per un regista il Festival di Cannes è la Terra Promessa, il posto dove essere, una casa da costruire e custodire. Per uno spettatore qualunque, invece, è una risposta a una serie di domande: perché vedere film, che cosa desiderare da una storia, perché amare così tanto un personaggio. Il cinema è una materia viva, fatta di pulsioni e sentimenti, e non è mai la stessa. Cambia a seconda di chi guarda. E si adegua, si piega, si capovolge e si trasforma. Come un origami fatto di ricordi e sogni, aspirazioni e tormenti.
A Cannes tutto può essere. Perché Cannes, ogni anno, cerca di chiamare a sé registi e spettatori, critici e addetti ai lavori. Si riempie e si illumina, e diventa una grande festa. I francesi ci tengono, al loro porto felice e alla loro spiaggia di passione e magia. Per quasi dieci giorni, il mondo del cinema cambia il suo asse e comincia a ruotare in un’altra direzione. Le sale smettono di essere templi freddi e respingenti, e si popolano di persone, voci e parole. C’è chi si arrabbia perché non ha trovato posto, e chi invece è pronto a passare ore intere, sotto il sole o la pioggia, per vedere il nuovo film di questo o quel regista. Il romanticismo è una cosa vecchia, com’è vecchio il cinema. E non ha bisogno di grandi artifici per fare centro.
Quest’anno a Cannes ci saranno Paolo Sorrentino e Francis Ford Coppola, Sean Baker e David Cronenberg, Paul Schrader e Yorgos Lanthimos. Uno pensa agli attori, alle star, e invece il punto sono le storie: quello che dicono, che mostrano, i luoghi in cui ci invitano a raggiungerle e le idee che ci suggeriscono all’orecchio. Cannes è ammaliante, sorniona, rumorosa. Calda. A volte troppo piena, altre confusa. Ed è bella proprio per questo. Perché è complicata, invitante, spigliata. C’è chi ci va per lavorare e chi, invece, solamente – si fa per dire – per vedere. I turisti si accalcano, si accumulano, gli alberghi diventano trincee, gli affitti delle case arrivano alle stelle. È come il gioco delle tre carte, e chi vince è sempre il banco.

Cannes è donna e uomo allo stesso tempo. Così come il cinema non riconosce barriere, confini e limiti. C’è l’immaginazione, e conta quella. E poi ci sono le intenzioni, che possono mischiarsi in un abbraccio confuso, senza né capo né coda, che ci parlano di noi e di ciò che desideriamo. Dicevamo all’inizio che il Festival di Cannes per un regista è come la Terra Promessa. Ed è vero. Ci è passato chiunque, a Cannes. Tutti i più grandi, tutti i più bravi. E avere il proprio film in concorso, o fuori concorso o anche solo in una delle sezioni esterne, è come vedersi riconosciute la sofferenza di mesi e mesi, la confusione dei primi anni, la fatica accumulata nel corso di chiacchierate, confronti e litigate.

Déluge #22

Cannes ci dice – anche se solo per una notte, anche se solo per un’ora e mezza – che possiamo respirare, che ce l’abbiamo fatta, che la Croisette ci aspetta. E per carità: vedere un film a Cannes non ha niente di particolare rispetto a vederlo nel cinema della propria città. Forse è solo più costoso, più caotico e logorante. Però il cinema è cinema, e insieme, con un vicino che parla inglese e un altro che parla tedesco, è un’altra cosa. Non migliore o peggiore, attenzione. Ma, appunto, diversa: più intima, più viscerale; quasi, addirittura, primordiale.
Alla fine, quando verranno dati i premi e le giurie si esprimeranno sui vincitori, capiremo anche che edizione è stata questa: qual era il tema principale, chi era davvero il favorito, e perché le tifoserie, quando si parla di arte, hanno senso solo fino a un certo punto. Intanto, mentre ci prepariamo a quello che verrà, guardiamo i cartelloni che coprono le fiancate dei palazzi e i poster dei film che si trasformano in angoli di cielo. Dove inizia uno, dove finisce l’altro. Il tema resta sempre lo stesso: il cinema. E finché c’è quello, finché c’è la voglia di condividere, di vivere e di lasciarsi andare, c’è tutto. Anche a Cannes. Specialmente, anzi, a Cannes.

– testo di Gianmaria Tammaro

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Déluge è una rivista mensile indipendente dedicata al talento delle persone.

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