La 79esima edizione del Festival di Cannes ha ricordato ancora una volta perché la Croisette resta il luogo in cui il cinema mondiale misura il proprio stato di salute. Dietro il rumore dei flash, i red carpet e l’eco dei social, a dominare sono stati i film: opere molto diverse tra loro, ma unite dal bisogno di raccontare il presente senza filtri. Guerra, memoria, identità, il potere e l’ambiguità delle immagini, il rapporto sempre più instabile tra essere umano e intelligenza artificiale: Cannes 2026 ha trasformato il cinema in uno spazio di riflessione collettiva, senza rinunciare a fascino, stile e tensione emotiva.

L’impressione generale è che il festival abbia scelto di abbassare il volume dello spettacolo per riportare al centro gli autori e la libertà creativa. Meno effetti, meno “event movie”, più cinema che resta addosso. Registi affermati e nuove voci hanno presentato film politici, intimi, radicali, spesso divisivi, accolti da lunghe standing ovation e da dibattiti accesi fuori dalle sale. È questa, in fondo, la natura più autentica di Cannes: generare conversazione, costruire immaginario, lasciare tracce.

Il palmarès della 79esima edizione racconta un cinema inquieto, umano e profondamente contemporaneo. Dai paesaggi interiori e morali di Minotaur di Andrej Zvyagintsev alla fragilità emotiva di Coward di Lukas Dhont, il festival ha premiato opere capaci di interrogare il presente senza scorciatoie. In Fatherland, Paweł Pawlikowski torna a riflettere sull’identità e sulla memoria europea, mentre Notre Salut di Emmanuel Marre sceglie uno sguardo più intimo e sospeso. Cristian Mungiu, con Fjord, costruisce un racconto teso e silenzioso, attraversato da conflitti morali e familiari. Più contemplativo e improvviso, come suggerisce il titolo, Soudain di Ryusuke Hamaguchi conferma la sensibilità del regista nel raccontare relazioni e cambiamenti invisibili. A chiudere il mosaico è La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi, un film che intreccia energia visiva, identità e desiderio di libertà. Un palmarès che conferma Cannes come luogo in cui il cinema continua a interrogare il mondo prima ancora di intrattenerlo.

Déluge Rouge #6
79th Festival de Cannes

Nel complesso, Cannes 2026 è stato un festival meno interessato all’impatto immediato e più concentrato sulla durata delle immagini nel tempo. Un’edizione fatta di atmosfere dense, tempi lenti e film destinati a proseguire ben oltre la fine dei titoli di coda. A trionfare con la Palma d’Oro è Fjord di Cristian Mungiu!

– testo di Margherita Bordino
– foto di Gianluca Minchillo

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: