L’82ª Mostra del Cinema di Venezia (27 agosto – 6 settembre 2025) ha imboccato la metà gara con l’ago del sismografo impazzito: film che leggono l’oggi, star che accendono il rito del red carpet e un chiacchiericcio critico che continua ben oltre le proiezioni.

Si parte da La Grazia di Paolo Sorrentino: un Toni Servillo presidente che misura coscienza e potere, apertura sobria e morale che ha tarato il tono dell’edizione.
Il cinema-evento ha il volto doppio di Frankenstein di Guillermo del Toro: Oscar Isaac creatore, Jacob Elordi creatura. Tredici minuti di ovazione, gotico sentimentale e una domanda semplice e necessaria: chi è davvero il “mostro” oggi? Tra le frecce da Leone, è una di quelle più vibranti.
Ma il titolo che mette (quasi) tutti d’accordo è No Other Choice di Park Chan-wook: una satira nerissima sulla disoccupazione nell’era dell’automazione, con Lee Byung-hun e Son Ye-jin guidati dal bisturi formale del regista. L’accoglienza al Lido e la critica internazionale lo indicano come favorito al Leone D’Oro: è il film che tiene insieme ferocia, empatia e precisione di sguardo.

Nel mezzo, il confronto si è acceso con Bugonia di Yorgos Lanthimos — commedia paranoica sulle verità manipolate che rimette in campo il sodalizio con Emma Stone — e con After the Hunt di Luca Guadagnino: Julia Roberts attraversa una tempesta etica tra campus, consenso e responsabilità, dividendo la critica ma prenotando i riflettori della stagione premi. Sul fronte europeo, The Wizard of the Kremlin di Olivier Assayas evita il pamphlet: Jude Law costruisce un Putin di silenzi e micro-gesti, mentre Paul Dano architetta l’ecosistema del potere.
Fuori dallo schermo, il Lido è tornato arena civile: le proteste pro-Palestina hanno attraversato i primi giorni e l’arrivo in concorso di The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania promette ulteriore frizione tra glamour da tappeto rosso e storia recente.

E adesso? La seconda metà alza la posta. Arrivano The Smashing Machine di Benny Safdie (Dwayne Johnson sorprende per intensità), A House of Dynamite di Kathryn Bigelow (geopolitica in compressione), L’Étranger con François Ozon che propone Camus al presente; sul versante seriale vince la cronaca tra Bellocchio e Sollima con Portobello e Il Mostro; per l’animazione giapponese — un grande ritorno al Lido — Scarlet del maestro Mamoru Hosoda.
A metà corsa, il messaggio è netto: l’immagine, da sola, non basta più. Servono film che rischiano, star che mettono la faccia e registi che mordono la realtà. Il Leone è conteso: oggi il vento soffia verso Park Chan-wook; il resto della flotta dovrà guadagnarsi la volata.
